Dal 13 gennaio 2026 sono entrati in vigore in Italia i primi limiti europei sui PFAS nelle acque destinate al consumo umano, previsti dalla Direttiva (UE) 2020/2184. La normativa introduce un monitoraggio obbligatorio dei PFAS, riconoscendone ufficialmente la pericolosità per la salute umana. Un passo in avanti atteso da anni certamente, giunto dopo un lungo vuoto normativo ma con valori limite ancora lontani da quelli realmente cautelativi indicati dalla comunità scientifica.
Ma cosa sono i PFAS? Come segnala la Fondazione Veronesi, PFAS è l’acronimo inglese di “perfluorinated alkylated substances”, sostanze che nascono negli anni ’40 come composti chimici detti “di sintesi”. Oggi contiamo oltre 4.000 sostanze appartenenti a questa famiglia, molto utilizzate nell’industria. Si tratta di sostanze resistenti ai maggiori processi naturali di degradazione grazie alla presenza di legami molto forti tra atomi di fluoro e carbonio.
L’Italia, tra i Paesi europei più contaminati da PFAS – come ricorda un comunicato delle Mamme No PFAS -, ha recepito la direttiva con i Decreti Legislativi 18/2023 e 102/2025, introducendo limiti aggiuntivi. Nella “somma PFAS”, soggetta al limite di 100 ng/L, sono infatti inclusi anche GenX, ADONA, C6O4, il 6:2 FTS e sei molecole ADV.
Va anche segnalato che, a fine dicembre scorso, con la Legge di Bilancio 2026, il Governo ha introdotto una proroga di sei mesi sull’attuazione di due misure più restrittive già approvate: il limite di 20 ng/L per i quattro PFAS più pericolosi (PFOA, PFOS, PFNA, PFHxS); e il monitoraggio di sei molecole ADV, associate allo stabilimento di Spinetta Marengo (AL).
Dal 2027 entrerà inoltre in vigore un limite specifico per il TFA pari a 10.000 ng/L: una molecola ultracorta, altamente persistente e sempre più diffusa nelle acque.
Che dire?
Se da un lato, segnalano le Mamme No Pfas, “si può riconoscere un avanzamento normativo, dall’altro denunciamo che il percorso intrapreso resta estremamente lento e insufficiente.
Il confronto internazionale dimostra che le alternative esistono: negli Stati Uniti sono in vigore limiti più stringenti e in Paesi come Francia e Danimarca sono già stati introdotti divieti settoriali. Serve una scelta politica chiara e coraggiosa: vietare la produzione e l’utilizzo dei PFAS, a partire dagli usi non essenziali e laddove esistono alternative sicure. Solo così sarà possibile proteggere la salute dei cittadini, fermare l’inquinamento e bloccare la crescita di questa “tassa occulta”, evitando così l’accumulo di un debito ambientale ed economico che le future generazioni non saranno in grado di sostenere”.
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