Su ogni singolo allevamento continua a pesare sia la guerra in Ucraina sia il rincaro del costo delle materie prime, le quali, assieme, hanno causato un aumento dei costi di produzione nel primo semestre 2022 rispetto al 2021. Un dato che emerge dal nuovo report sui prezzi del latte appena pubblicato da Veneto Agricoltura. Per sostenere questo aumento dei costi, le aziende agricole hanno ridotto del quasi il 2% la produzione di latte, nonostante la domanda di mercato sia anche aumentata. Inoltre, il costo di produzione del latte oggi si attesta sui 51 centesimi, mentre chi lo acquista paga 0,41 centesimi al litro. Il problema, quindi, non è solo riconoscere qualche decina di centesimi in più ai nostri produttori, ma è necessario difendere l’intera filiera del latte locale rispetto a quella straniera. Lo sforzo delle produzioni venete va riconosciuto per evitare speculazioni e per garantire anche la diversificazione. Nell’agroalimentare il Veneto si distingue anche per i suoi formaggi DOP, in cui gusto e latte certificato rappresentano le chiavi del successo. 

Nonostante il momento difficile dovuto prima alla pandemia e ora alla guerra in Ucraina, la cooperazione veneta del comparto del latte si mostra tutto sommato in salute. E’ quanto emerge da un nuovo report (https://bit.ly/3Clnyrl) di Veneto Agricoltura che prende in esame l’andamento del settore lattiero-caseario nell’ultimo quinquennio.

Più in dettaglio, il prezzo medio del latte alla stalla liquidato dalle

cooperative venete ai soci conferitori negli ultimi cinque anni (2017-2021) è cresciuto costantemente fino a raggiungere, nel 2021, un valore medio di 51,53 euro/100 lt, segnando un +2,8% rispetto ai 50,12 euro/100 lt del 2020, con un range di prezzo che ha oscillato da un massimo di 65 euro/100 lt e un minimo di 43 euro/100 lt.

Si tratta di un valore decisamente superiore al prezzo di mercato, visto che la quotazione media annua a livello regionale rilevata da Ismea nel 2021 è stata di 40,63 euro/100 lt (comprensiva di Iva e premi). In pratica, le cooperative venete hanno liquidato il latte conferito dai soci ad un prezzo più alto di circa il 25% rispetto al mercato.

Note in chiaroscuro arrivano invece dalla produzione di formaggi DOP veneti. Nell’ultimo decennio (confronto tra il 2011 e il 2021), hanno registrato un forte aumento della produzione il formaggio Monte Veronese DOP (+18,8%) e la Casatella Trevigiana DOP (+55,6%) e, in misura più lieve, anche il Montasio DOP (+2,2%). Un leggero calo è stato registrato invece dall’Asiago DOP (-2%) e Piave DOP (-3%), mentre Grana Padano DOP e Provolone Valpadana DOP, dopo un trend negativo durato qualche anno, nel 2021 (rispetto al 2020) hanno segnato una crescita rispettivamente 2,7% e del 10%.

A questi dati si aggiunge un’altra interessante analisi, effettuata dagli esperti dell’Agenzia della Regione Venetosu fonti CSQA di Thiene, riguardante la destinazione del latte prodotto nei territori di produzione e trasformazione dei formaggi DOP. La ricerca ha evidenziato che negli ultimi dieci anni la quantità di latte “certificato” per la produzione di formaggi DOP si è progressivamente ridotta, attestandosi nel 2021 sulle 570 mila tonnellate (-8,5% rispetto al 2011), a fronte di un incremento della quantità di latte prodotta negli stessi areali salita a 1.218.160 tonnellate nel 2021 (+10% rispetto al 2011). Ciò significa che è diminuita l’incidenza del latte certificato sul latte prodotto, passata dal 57% al 47% a livello regionale.

La situazione è ovviamente molto differenziata, sia per provincia che per formaggio a Denominazione d’Origine. Nella provincia di Vicenza, ad esempio, oltre l’85% del latte raccolto viene destinato alla produzione di formaggi DOP (Grana Padano DOP e Asiago DOP); nelle province di Treviso e Belluno l’incidenza del latte “certificato” per formaggi a Denominazione è superiore al 40% del latte prodotto.

La riduzione dell’incidenza a livello regionale va letta in un contesto più ampio: se da una parte potrebbe suonare come un campanello di allarme dell’attrattività dei formaggi DOP e della loro capacità di essere sufficientemente remunerativi per i trasformatori, dall’altra può anche indicare la capacità dei caseifici e delle latterie di diversificare la produzione, e quindi il rischio, per affrontare in maniera più efficace la competizione sui diversi mercati di vendita.

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