Si è celebrata la Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione e alla siccità, promossa dalle Nazioni Unite per richiamare l’attenzione sulla tutela del suolo, delle risorse idriche e degli ecosistemi terrestri. Tema 2026, “Pascoli: Riconoscere. Rispettare. Ripristinare”.
Per l’ONU, il degrado del territorio interessa oggi oltre il 40% delle superfici terrestri e, se il trend attuale non verrà invertito, entro il 2030 sarà necessario ripristinare 1,5 miliardi di ettari di terreni degradati a livello globale. Vediamo la situazione su base globale e nazionale.
Se consideriamo l’intero pianeta, circa il 71% della superficie terrestre è coperto dagli oceani. Se però restringiamo lo sguardo alle sole terre emerse (che rappresentano circa il 29% del totale), i deserti ne occupano circa ben un terzo (il 30-33%). Questo perché la scienza definisce “deserto” qualsiasi area che riceve pochissime precipitazioni annuali (in genere meno di 25 cm) e dove l’evaporazione dell’acqua supera la quantità di pioggia o neve che cade.
I pascoli sono ecosistemi spesso considerati marginali, ma essenziali per biodiversità, l’equilibrio idrico, la resilienza climatica e il sostentamento di milioni di comunità rurali. Secondo UNCCD, essi coprono oltre la metà della superficie terrestre e sostengono circa due miliardi di persone, ma circa la metà di questi territori risulta ormai degradata o a rischio.
In Italia negli ultimi cinquant’anni sono scomparsi 2,4 milioni di ettari di prati e pascoli (fonte, Coldiretti), una superficie grande quanto la Lombardia, con effetti pesanti sull’assetto idrogeologico dei territori, sulle attività di allevamento e sulla biodiversità.
Nel 1970 la superficie agricola a pascoli e prati permanente ammontava a 5,5 milioni di ettari. Dopo cinquant’anni ne sono “sopravvissuti” solo 3,1 milioni (dati ISTAT). Un fenomeno, ricorda Coldiretti, che ha ridotto la disponibilità di superfici per l’allevamento, aumentando la dipendenza da mangimi e i costi di produzione. Ne hanno risentito molte produzioni tipiche legate al pascolo, con il rischio di una maggiore omologazione del cibo.
Sul piano ambientale, l’abbandono di queste aree ha favorito l’accumulo di vegetazione, aumentando il rischio di incendi e di dissesto idrogeologico. È venuta meno anche una preziosa funzione di assorbimento del carbonio nei suoli, importante per contrastare i cambiamenti climatici. A pagarne il prezzo sono state soprattutto le aree interne e montane, colpite da spopolamento, perdita di attività economiche e impoverimento del patrimonio culturale e paesaggistico.
Non solo, perché emerge un impoverimento di H2O. I dati ISPRA aggiornati al 2026 indicano, ricorda FederBio, che nel 2025 la risorsa idrica rinnovabile nazionale, stimata in circa 128 miliardi di metri cubi, è stata inferiore di oltre il 7% rispetto alla media annua di lungo periodo e di circa il 19% rispetto al 2024. Parallelamente, il Rapporto SNPA 2025 segnala che nel 2024 sono stati coperti da nuove superfici artificiali (asfalto, cemeto, etc.) quasi 84 chilometri quadrati, con oltre 78 chilometri quadrati di consumo netto: il valore più alto dell’ultimo decennio.
L’Italia, perciò, è tra i Paesi europei maggiormente esposti allo stress idrico. Negli ultimi anni, eventi estremi, riduzione delle precipitazioni e aumento delle temperature hanno colpito in particolare le regioni del Mezzogiorno, specie la Sicilia e la Sardegna, aree considerate tra le più vulnerabili ai fenomeni di desertificazione.
Desertificazione e siccità non significano solo mancanza di pioggia ma anche perdita di sostanza organica, erosione, impoverimento della vita microbica, minore capacità dei terreni di trattenere acqua e carbonio, maggiore vulnerabilità delle colture agli eventi estremi. Un suolo vivo, al contrario, è una vera infrastruttura naturale: assorbe, filtra, trattiene, nutre e restituisce stabilità agli ecosistemi agricoli.
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