È ormai scattata con la raccolta perlopiù delle cosiddette basi spumante, almeno una settimana prima, in tutta Italia, la vendemmia 2026; accelerazione dovuta alle lunghe ondate di calore e alla conseguente siccità prolungata, fattori che hanno anticipato il ciclo vegetativo della vite in tutte le regioni vitivinicole.
Il nostro comparto vitivinicolo conta oggi circa 241mila imprese attive su 681mila ettari coltivati, per un fatturato che sfiora i 14 miliardi di euro. 
Un settore centrale per l’agroalimentare nazionale, che quest’anno deve fare i conti con tre fattori critici: come detto, la maturazione precoce delle uve; quindi i danni localizzati causati dalle grandinate — che in alcune aree hanno compromesso fino al 20% del raccolto —, e la consueta difficoltà nel reperire manodopera specializzata nel momento della raccolta.
Sarà quindi fondamentale individuare il momento giusto per la raccolta, con l’obiettivo di portare in cantina uve sane e di qualità. Servono esperienza, flessibilità e una presenza costante in vigneto per prendere le decisioni giuste al momento giusto. 
Ragionando in prospettiva, vanno anche considerate poi le contingenze di mercato che hanno portato alla contrazione dei consumi nazionali e mondiali. Nei distretti dello Champagne ad esempio, i produttori hanno fissato la resa 2026 a 8.800 kg per ettaro: un taglio di produzione per il quarto anno di fila per gestire stock, clima difficile e mercato complesso.
E a casa nostra? Vediamo il caso del Veneto, prima regione vitivinicola, che con Regione e Veneto Agricoltura ha presentato il suo storico report (52^ Previsioni vendemmiali) sulla raccolta 2026, evidenziando la tenuta dei vitigni regionali, nonostante un’annata fin troppo asciutta dal punto di vista climatico: rispetto al 2025, quando sono stati raccolti circa 14,7 milioni quintali di uva, la produzione regionale è attesa stabile o in lieve diminuzione.
Nel 2026, infatti, le elevate temperature e la siccità stanno giocando un ruolo decisivo, causando, oltre che l’inizio anticipato della vendemmia, anche un diffuso stress idrico, che influenza in maniera negativa le rese, parzialmente compensate dal lieve incremento delle superfici entrate in produzione (+0,5%).
Un quadro quindi piuttosto articolato, segnato da eventi grandinigeni intensi, dove emergono differenze significative tra una provincia e l’altra.
Padova e Rovigo, grazie alla considerevole disponibilità di irrigazione, risultano le meno intaccate dagli stress idrici e stimano produzioni in linea con quelle del 2025 o in leggera crescita, con incrementi fino al 10% per alcune varietà (Merlot e Chardonnay su tutte).
Anche Venezia sembra aver ben sopportato le conseguenze del caldo estremo, che ha determinato riduzioni tra l’1 e il 3% per Pinot Grigio e Chardonnay, controbilanciate però dalle risalite di Merlot e Cabernet (+3%).
Alzando lo sguardo a Belluno, le proiezioni, su cui pesano alcune massicce grandinate, lasciano intravedere soltanto un -1%, ma i ribassi più significativi toccano a Treviso, Vicenza e Verona, dove si prevedono diminuzioni comprese mediamente tra il 5% e il 10%, con punte del 10-12% per le principali varietà rosse veronesi (Corvina, Corvinone e Rondinella), particolarmente sensibili agli effetti della carenza idrica.
Più uniforme, invece, la situazione sul versante fitosanitario, positiva in tutto il Veneto: anche se flavescenza dorata e mal dell’esca hanno dato qualche grattacapo, la ridotta piovosità ha limitato la diffusione di peronospora e oidio, motivo per cui la qualità delle uve è prevista ovunque da buona a ottima. 
Su questo fronte, gli unici interrogativi ancora esistenti, scrive il report, riguardano i possibili effetti dell’ondata di calore in corso sulle caratteristiche acido-zuccherine delle uve o eventuali fenomeni temporaleschi di grossa portata a ridosso della raccolta, che potrebbero incidere sulla qualità degli acini già maturi.
Il report di Veneto Agricoltura ha anche preso in esame i contesti vitivinicoli delle altre regioni del Nord-Est, in cui gli aumenti produttivi appaiano una costante per la prossima vendemmia: incrementi tra il 5 e il 10% per i vigneti irrigui del Friuli Venezia Giulia, tra il 6 e il 7% per la Provincia Autonoma di Bolzano e tra il 7 e l’8% per il Trentino.
Innovazione PIWI.
A proposito di Trentino, importante l’attività di miglioramento genetico condotta dal Centro Ricerca e Innovazione FEM di San Michele all’Adige.
L’attività di ricerca e sperimentazione sulle varietà PIWI ha portato negli anni scorsi ad iscrivere al Registro Nazionale delle Varietà di Vite quattro nuove selezioni, grazie alla preziosa collaborazione del consorzio CIVIT: Termantis, Nermantis, Charvir e Valnosia. Un’intensa attività di selezione genetica finalizzata alla resistenza, realizzando un piano di incrocio sin dal 1987. Oggi si producono circa 30 mila semi l’anno suddivisi in più di 100 combinazioni di incrocio. Questa attività permette di selezionare genotipi con caratteri di resistenza verso le diverse malattie (oidio, peronospora, marciume nero, ecc…); per rendere più efficiente la fase di selezione si utilizzano marcatori molecolari associati alle varie resistenze. Marco Stefanini, presidente di PIWI Italia segnala due aspetti delle viti PIWI di nuova selezione, la sostenibilità ambientale e l’adattamento ai cambiamenti climatici.

Share:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *