Sono a dimora da molto prima che ognuno di noi fosse nato, alcuni esemplari hanno addirittura millenni. Alla loro ombra hanno riposato personaggi famosi, sono stati fonte di ispirazione per scrittori, hanno dato riparo a mandrie di cavalli colti di sorpresa da una tempesta. Che sia realtà o leggenda poco importa, questi giganti verdi non sono solo alberi, sono parte del nostro territorio, della nostra cultura, della nostra storia. 
“Per questo sono orgoglioso che il Ministero li censisca, li salvaguardi, li curi perché possano conservarsi nei secoli e continuino a testimoniare con i loro tronchi e le loro chiome che c’è stato un tempo in cui non c’eravamo e ci sarà un tempo in cui noi non ci saremo, ma altri ci saranno”. Così il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida commentando il decimo aggiornamento dell’Elenco nazionale degli alberi monumentali. 
Gli alberi monumentali 
Gli esemplari inclusi nell’Elenco ufficiale si contraddistinguono per l’elevato valore biologico ed ecologico, legato all’età, alle dimensioni, alla morfologia, alla rarità della specie o perché sono gli elementi essenziali senza i quali l’habitat che accoglie particolari specie animali non esisterebbe. Possono però ottenere questo riconoscimento anche per l’importanza storica, culturale e religioso. Molti di essi sono strettamente connessi a elementi architettonici o a tradizioni locali e contribuiscono a definire il paesaggio italiano, rendendolo unico sotto il profilo estetico e identitario.
Storie di Radici
Andiamo alla scoperta dei nuovi giganti verdi attraverso un viaggio tra la natura e il mito, in cui ogni albero si fa narratore della propria storia. Sulla costa abruzzese, a Pescara, si incontra ad esempio il celebre Pino d’Aleppo “coricato”: un gigante dal tronco di oltre due metri di circonferenza che, in seguito a un antico cedimento del terreno, non si è spezzato ma si è adagiato al suolo come un grande serpente di legno. Se la scienza vi legge una straordinaria capacità di adattamento vegetale, la memoria popolare preferisce scorgervi un incantesimo: si racconta infatti che i pini ritorti della costa non siano caduti per debolezza, ma per amore, stregati dal canto delle ninfe marine e rimasti per sempre ‘congelati’ nell’atto di sporgersi verso la battigia per ascoltare la voce del mare. Spostandoci più a sud, tra le ombre fitte della Foresta Umbra sul Monte Sant’Angelo in Puglia, incontriamo il Tasso Vetusto, un colosso millenario con oltre tre metri di circonferenza. In un sottile gioco di richiami con la terra e con il tempo, questo albero incarna il mistero della vita e della fine: anticamente chiamato “Albero della Morte” per via del veleno contenuto nelle foglie e nei semi, la leggenda vuole che le sue esalazioni condannassero a un sonno eterno chiunque dormisse alla sua ombra, colpito dalla maledizione degli dei. Eppure, proprio dove la vita sembra estinguersi, il Tasso svela il suo secondo volto: gli antichi vi vedevano un simbolo di pura immortalità perché lo ritenevano capace di far germogliare un nuovo fusto direttamente dal proprio legno marcio, erigendosi a ponte perenne tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Se il Pino ascolta il mare e il Tasso sfida l’abisso, c’è chi con la forza della terra ha saputo persino ingannare le forze demoniache. Risalendo verso l’Umbria, a Nottoria, incontriamo la grandiosa Roverella, il cui tronco supera i cinque metri di circonferenza e le cui maestose branche orizzontali, i rami nel gergo comune, tessono una chioma sconfinata. Si narra che proprio la tenacia di questa specie spezzò l’impiego del maligno: si racconta che un giorno il Diavolo chiese a Dio di poter dominare la Terra durante i mesi in cui i rami fossero rimasti spogli e Dio accettò. Mentre tutti gli alberi cedettero al gelo, spogliandosi delle loro foglie, la Roverella decise con astuzia di non cedervi. Trattenne le proprie foglie secche per tutto l’inverno, lasciandole cadere solo a primavera inoltrata quando le nuove gemme erano già sbocciate. Impedendo al bosco di restare spoglio anche solo per un istante, la quercia fece perdere la scommessa al Diavolo che non poté mai avere il governo del mondo e delle anime che lo abitavano.
Che sia lungo le coste marittime, tra i boschi o nei paesaggi collinari, questi 82 nuovi ingressi rappresentano il valore del patrimonio botanico italiano e testimoniano come l’uomo e la natura abbiano imparato a raccontarsi a vicenda.

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