Parlando di riforma della Politica agricola comune 2021-2027, che entrerà in vigore a partire dal 1° gennaio 2023 e che sarà oggetto di una “revisione a medio termine” nel 2025, per il mondo agricolo vi sono forse più ombre che luci, ma vi è anche la grande occasione – inedita – di mettere a punto un Piano strategico nazionale su misura per le esigenze del territorio e le imprese agricole italiane. Infatti la novità di risorse specifiche per la gestione del rischio, la possibilità di fare leva sulla biodiversità come opportunità di promozione del made in Italy agroalimentare, ma anche una maggiore burocrazia a fronte di minori risorse finanziarie disponibili per gli agricoltori; e poi i nuovi vincoli della condizionalità sociale (il “terzo pilastro” che introduce vincoli ai finanziamenti per le aziende che non rispettano le regole sul lavoro), una riserva di crisi per fronteggiare eventuali “inconvenienti” di natura meteo-climatica, produttiva o di mercato, e gli eco-schemi a richiedere una maggiore attenzione all’ambiente, elemento peraltro sul quale le imprese agricole hanno mostrato negli anni un sempre maggiore impegno, interrogano, incuriosiscono e allarmano. In pratica, la riforma della Politica agricola comune 2021-2027, recentemente approvata al Consiglio europeo dei ministri agricoli dopo l’intesa raggiunta nel super trilogo fra Parlamento, Commissione e Consiglio Ue non soddisfa pienamente il mondo agricolo, come è emerso nel corso del webinar organizzato da Fieragricola – evento biennale in programma a Verona dal 26 al 29 gennaio 2022. Ed è proprio sul Piano strategico nazionale, che dovrà essere definito con gli stakeholder e presentato al vaglio della Commissione europea che “si dovrà lavorare, senza dimenticare che il negoziato è stato lambito dal Covid, con conseguente allungamento dei tempi e che continuiamo a lavorare nell’oscurità sul lungo periodo”, ha detto Alessandro Apolito, dirigente dell’Area Economica di Coldiretti, per il quale la riforma della Pac offre spunti interessanti con “la possibilità di avere sistemi di gestione del rischio e di proteggere il lavoratore agricolo”. Certo non si dovrà cadere nelle trappole ideologiche che ogni tanto colpiscono l’agricoltura come “la demonizzazione della zootecnia, frutto più di attacchi indiscriminati a qualsiasi tipo di allevamento”. Sotto la lente, in futuro, “le misure contenute nel Green Deal e nella strategia Farm to Fork, che senza valutazione di impatto rischiano di avere un risvolto negativo”, ha concluso Apolito. Per il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, il “bicchiere è mezzo vuoto”, trattandosi di una riforma della Pac “basata sulla burocrazia, che non ci sembra affatto essere un modello di sviluppo economico con il quale vincere le sfide del futuro. non dimentichiamo che storicamente la Politica agricola comune nasce in una fase di sviluppo demografico e con l’obiettivo di garantire il giusto reddito agli agricoltori e armonizzare le politiche degli Stati membri. Ci aspettavamo una Pac più ambiziosa e generosa per gli agricoltori, invece le risorse sono minori e la riforma stessa ha perso la sua anima economica e non risponde alla necessità di produrre più cibo per un mondo che è ancora in crescita demografica”. Si attendeva una Pac diversa anche il presidente di Cia-Agricoltori Italiani, Dino Scanavino, che punta il dito sull’eccessiva burocrazia. “Dobbiamo affrontare la sfida della competitività puntando sui costi di produzione, favorendo il ricambio generazionale in maniera efficace, ma anche sostenendo le produzioni strategiche a livello nazionale, senza dimenticare un confronto con i piani strategici di altre nazioni come Francia o Spagna, così da non essere disallineati rispetto ai nostri competitor”. Gli sforzi richiesti a tutela della biodiversità, per Scanavino “potrebbero essere valorizzati dall’Italia, patria della biodiversità con oltre 400 vitigni autoctoni”. Per il numero uno di Copagri, Franco Verrascina, “la missione ora sarà scegliere con chiarezza gli obiettivi da inserire nel Piano strategico nazionale, valorizzando il ruolo degli agricoltori come custodi del territorio, definendo con chiarezza il ruolo di agricoltore attivo, fissando il tetto per il capping e pianificando politiche di sostegno per i giovani agricoltori”. Il giudizio verso la Pac 2021-2027, però, complessivamente resta critico, perché “gli agricoltori dovranno rispettare maggiori impegni con minori risorse finanziarie e più burocrazia”. Un nodo, quello della burocrazia, peraltro sottolineato dal ministro delle Politiche agricole Stefano Patuanelli all’esito dell’accordo sui regolamenti della Pac, nei giorni scorsi.Sul terzo pilastro, concentrato sulla condizionalità sociale, “ci preoccupa come sarà applicato negli altri Paesi dell’Unione europea, per evitare rischi di competitività in condizioni disarmoniche, mentre l’opportunità di una programmazione produttiva da parte dei consorzi di rappresentanza delle Indicazioni Geografiche è un passo in avanti che apprezziamo”, ha affermato Giorgio Mercuri, presidente dell’Alleanza Cooperative Agroalimentari, che ha ribadito le preoccupazioni espresse da una larga parte del mondo agricolo, legata cioè a un eccesso di burocrazia e controlli. A livello politico, nel raggiungimento dell’accordo non è mancato l’impegno dei parlamentari europei italiani Paolo De Castro, coordinatore S&D Comagri al Parlamento europeo, e Herbert Dorfmann, coordinatore PPE Comagri. “Sarà una Pac più verde e che introduce degli obblighi ambientali – ha illustrato l’on. De Castro -. Lo vediamo già con gli eco-schemi, che incentivano gli agricoltori verso misure più verdi, che saranno decise a livello Ue e senza quindi il rischio di nazionalizzazione, pur avendo gli Stati membri una discrezionalità all’interno però di un quadro definito dall’Ue”. “È una riforma che non piace al 100% degli agricoltori, siamo consapevoli che ottenere le risorse del primo pilastro è più complicato rispetto al passato, ma è una soluzione di compromesso a livello politico; abbiamo comunque una Pac che si mostra più attenta a una delle grandi sfide attuali, che sono i cambiamenti climatici”, ha affermato l’on. Dorfmann, che su quest’ultimo aspetto ha rimarcato “la sintonia del Parlamento europeo e il successo italiano, che ha chiesto che venisse riservata una quota del 3% dei fondi dedicati agli aiuti diretti per rafforzare il sistema assicurativo”.

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